Revolut e le Backrooms nella campagna Build It Better
Revolut usa l’estetica horror delle Backrooms per criticare la burocrazia bancaria: la campagna “Build It Better” firmata Anomaly è fintech come cultura pop.
Revolut porta le Backrooms nel marketing finanziario con una campagna globale che trasforma l’ansia burocratica in horror cinematografico. Si chiama “Build It Better” e rappresenta uno dei movimenti comunicativi più audaci mai tentati nel settore fintech: la super-app finanziaria attinge a piene mani dall’immaginario surreale e claustrofobico delle Backrooms per raccontare qualcosa che molti utenti conoscono bene, lo smarrimento nei labirinti della banca tradizionale.
Quando l’ansia finanziaria prende forma: la logica delle Backrooms
Le Backrooms sono un fenomeno nato nelle profondità di internet: uffici deserti all’infinito, pareti giallognole sbiadite, moquette umida e il ronzio ipnotico delle luci al neon. Un non-luogo dove la logica si dissolve e il senso di trappola diventa opprimente. L’agenzia creativa Anomaly ha colto in questo immaginario la metafora perfetta per descrivere l’esperienza del consumatore moderno alle prese con commissioni nascoste, filiali obsolete e processi burocratici senza uscita.
In questo contesto, Revolut non si presenta con la retorica rassicurante e asettica delle banche tradizionali. Si posiziona invece come lo strappo nella matrice: la via d’uscita che rompe la spirale e restituisce il controllo all’utente. Un posizionamento preciso, che parla la lingua della contemporaneità senza scendere a compromessi stilistici.
L’autenticità cinematografica come scelta strategica
Il punto di forza della campagna non è solo concettuale, ma tecnico. La regia dello spot è firmata da Leigh Powis, mentre dietro la macchina da presa siede Jeremy Cox, lo stesso Director of Photography che ha curato l’estetica del film ufficiale delle Backrooms prodotto dalla casa di produzione A24. Una scelta che non lascia spazio all’improvvisazione.
Il risultato è visivamente disturbante e magnetico: la grana della pellicola, le inquadrature in prima persona che simulano telecamere VHS e filmini amatoriali, un sound design opprimente. Tutto concorre a ricreare la stessa tensione psicologica del film. Non si tratta di una parodia delle Backrooms, ma di uno spin-off d’autore prestato al marketing, capace di preservare intatta l’autenticità dell’estetica originale senza la patina pubblicitaria che solitamente svuota i trend del web.
Fintech e cultura pop: un confine sempre più sottile
In un panorama pubblicitario saturo di volti sorridenti e promesse di serenità in tonalità pastello, Revolut sceglie una narrazione cruda, viscerale e stilisticamente rigorosa. Un pubblico cresciuto tra i liminal space di internet e il cinema horror psicologico risponde a stimoli diversi rispetto alle generazioni precedenti, e la campagna lo riconosce esplicitamente.
Sfruttando l’onda del successo di A24, Revolut dimostra che la finanza può uscire dai propri schemi per diventare cultura pop. L’operazione unisce intuizione sociologica, tempismo culturale e coerenza estetica in un unico movimento comunicativo che pochi brand nel settore avrebbero osato tentare.
Chi bazzica i corridoi infiniti della burocrazia bancaria oggi sa che c’è un modo per uscirne. E ha la forma di uno schermo di smartphone.