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Branded Entertainment come strategia nell’era digitale

Branded entertainment, podcast, TikTok ironica: i brand che ragionano come media company stanno ridefinendo il valore dell’attenzione nell’era digitale.

Nel panorama mediatico contemporaneo, il branded entertainment non è più una tendenza emergente ma una risposta strutturale a un cambiamento profondo nei meccanismi dell’attenzione. Ryanair che costruisce un’identità ironica su TikTok, Duolingo con il suo gufo volutamente disturbante, Red Bull che produce contenuti sportivi con la qualità narrativa di un broadcaster, Liquid Death che genera un culto culturale attorno a una lattina d’acqua: questi casi raccontano qualcosa che va ben oltre la creatività pubblicitaria. Raccontano la dissoluzione del confine tra brand, media e intrattenimento.

Quando la pubblicità non basta più: il nuovo ecosistema dell’attenzione

Per decenni le aziende hanno concepito la comunicazione come uno spazio separato dall’esperienza quotidiana delle persone. Lo spot televisivo, la pagina stampa, il pre-roll, il banner, la sponsorizzazione: il messaggio commerciale viveva accanto all’intrattenimento, ma raramente coincideva con esso. Quel modello mostra oggi segni sempre più evidenti di logoramento.

La ragione non è soltanto la frammentazione dell’attenzione. È che l’intero ecosistema mediatico è diventato infinitamente più competitivo. Un contenuto di marca non compete più soltanto con altri contenuti di marca: compete con Netflix, TikTok, Twitch, i podcast, i creator, gli highlights sportivi, i meme, i video generati dall’intelligenza artificiale e con feed progettati algoritmicamente per trattenere le persone il più a lungo possibile.

In questo ambiente, la semplice esposizione pubblicitaria perde efficacia molto più rapidamente rispetto al passato. Non basta essere visibili. Bisogna essere abbastanza interessanti da meritare tempo volontario.

Brand come editori, creator e piattaforme culturali

È probabilmente questa la ragione per cui molti brand stanno cambiando natura. Alcuni iniziano a comportarsi come editori. Altri come creator. Altri ancora come vere e proprie piattaforme culturali. Il marketing smette gradualmente di limitarsi alla trasmissione di messaggi commerciali e si avvicina sempre di più alla produzione continuativa di esperienze narrative.

Il caso Liquid Death è emblematico. Il marchio di acqua in lattina ha costruito la propria crescita molto più attraverso il linguaggio culturale e l’intrattenimento che attraverso il prodotto in sé. La lattina diventa quasi un pretesto per sviluppare un immaginario fatto di ironia dark, provocazione visiva e codici tipici dell’heavy metal e della cultura internet. Il valore non nasce dall’oggetto, ma dalla capacità del brand di occupare uno spazio mentale riconoscibile.

Allo stesso modo Ryanair, compagnia storicamente associata a un posizionamento razionale e low-cost, ha trasformato il proprio tono di voce social in un elemento distintivo di brand equity. L’ironia aggressiva e autoironica dei contenuti TikTok ha permesso alla compagnia di ottenere qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato improbabile: essere seguita per intrattenimento, non per necessità.

Dal messaggio persuasivo alla relazione culturale

Ciò che accomuna questi casi non è tanto la creatività, quanto il cambio di paradigma. La comunicazione smette di essere semplicemente persuasiva e diventa relazionale. I brand non cercano più soltanto di convincere il pubblico: cercano di costruire familiarità, linguaggio comune, riconoscibilità culturale e continuità narrativa.

Questa trasformazione riguarda anche il mondo degli eventi e delle sponsorship. Le attivazioni vengono sempre più spesso progettate non come semplici momenti di visibilità, ma come sistemi di contenuto capaci di vivere prima, durante e dopo l’evento stesso. L’esperienza fisica diventa materiale narrativo per social, podcast, video, backstage e community digitali. Non è un caso che molte agenzie stiano progressivamente spostando competenze e investimenti verso activation, experiential marketing e branded entertainment.

Cambia anche il ruolo dello spot tradizionale. Non scompare, ma perde centralità simbolica. Per decenni è stato il centro gravitazionale della comunicazione di marca. Oggi rappresenta sempre più spesso soltanto uno dei touchpoint di un ecosistema molto più ampio e fluido, nel quale i contenuti vengono frammentati, reinterpretati, remixati e distribuiti su piattaforme diverse con logiche differenti.

Il rischio della saturazione e la sfida della memoria

Esiste però anche un rischio concreto. Quando tutti cercano di intrattenere, l’intrattenimento stesso rischia di diventare formula. L’ironia social, il meme marketing, i trend TikTok e l’estetica internet-native stanno già mostrando segni di saturazione. Molti brand finiscono per assomigliarsi, replicando linguaggi che funzionano algoritmicamente ma che raramente costruiscono identità profonde.

Il problema, in questo senso, non è produrre contenuti: i contenuti sono ormai una commodity abbondante. Il problema è costruire memoria, riconoscibilità e continuità culturale dentro ecosistemi dominati dalla velocità e dall’oblio. Le aziende che stanno ragionando come media company — producendo format, sviluppando rubriche, costruendo personaggi, aprendo podcast, creando community e investendo in creator partnership — lo hanno capito.

L’economia dell’attenzione e il valore di essere scelti

Il branded entertainment non rappresenta semplicemente un’evoluzione creativa della pubblicità. Rappresenta una risposta strutturale a un cambiamento dell’attenzione contemporanea. Le aziende hanno compreso che non basta più occupare spazio mediatico: devono riuscire a entrare organicamente nelle conversazioni, nelle abitudini e perfino nei codici espressivi delle persone.

Anche il successo dei podcast branded nasce da questa esigenza di profondità relazionale. In certi contesti le persone non vogliono essere raggiunte da messaggi pubblicitari aggressivi, ma da contenuti capaci di offrire conversazioni, visioni o intrattenimento autentico. In alcuni casi il prodotto quasi scompare. Rimane il tono culturale del brand.

Nell’economia dell’attenzione che si sta consolidando, il vero valore non appartiene necessariamente a chi interrompe meglio. Appartiene a chi riesce a essere scelto spontaneamente come parte del tempo libero delle persone.

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