Brand safety e processi di approvazione stanno rendendo la pubblicità più difensiva che memorabile. Ecco perché l’irrilevanza costa più del rischio.
Brand safety e paura del rischio: perché la pubblicità contemporanea ha smesso di lasciare il segno
La pubblicità contemporanea sembra sempre più progettata per non sbagliare piuttosto che per essere ricordata. In un mercato dominato da brand safety, backlash social, pre-test, comitati reputazionali e approvazioni a catena, il risultato è una comunicazione formalmente impeccabile ma povera di idee, di attrito e di memoria.
Il processo di approvazione come filtro creativo
Le campagne di oggi arrivano sul mercato dopo aver attraversato un percorso che dice molto del tempo in cui viviamo: ricerche qualitative, pre-test quantitativi, legal review, inclusivity check, reputational risk assessment, social listening preventivo e, nei casi più delicati, una sorveglianza quasi clinica su ogni possibile interpretazione laterale del messaggio. L’obiettivo dichiarato è proteggere il brand. L’effetto collaterale, sempre più evidente, è che molte marche stanno imparando a comunicare non per essere ricordate, ma per non essere attaccate.
La pubblicità, che per decenni ha costruito parte del proprio potere sulla capacità di entrare nel discorso pubblico con immagini, frasi e posizioni riconoscibili, vive oggi dentro una contraddizione profonda. Da una parte deve competere in un ecosistema saturo, dove l’attenzione è più scarsa che mai. Dall’altra è circondata da un sistema di rischi reputazionali che rende ogni scelta più prudente, più levigata, più difensiva.
Quando la brand safety diventa cultura della paura
Proteggere un marchio da contenuti tossici o contesti inadatti è una funzione indispensabile, soprattutto in un ecosistema digitale dove la distribuzione è algoritmica e spesso opaca. Ma quando la sicurezza diventa il principio creativo dominante, la comunicazione tende a perdere la propria funzione più preziosa: generare riconoscimento, tensione, memoria, differenza.
Secondo l’Edelman Trust Barometer Special Report, il 60% dei consumatori intervistati in 14 Paesi dichiara di scegliere, acquistare o evitare brand anche in base alle loro posizioni politiche o valoriali. Le aziende sanno che ogni messaggio può trasformarsi in una dichiarazione identitaria, anche quando non era stato progettato per esserlo. È qui che la brand safety, da necessità ragionevole, rischia di diventare una cultura organizzativa della paura.
Bud Light e Nike: due lezioni opposte sul rischio
Il caso Bud Light resta una delle lezioni più traumatiche degli ultimi anni. La collaborazione del brand con Dylan Mulvaney innescò un boicottaggio durissimo negli Stati Uniti: Reuters riportò che Bud Light perse il primato come birra più venduta negli USA, con vendite in calo del 24,6% nelle quattro settimane chiuse il 3 giugno rispetto all’anno precedente, mentre Modelo Especial cresceva del 10,2%. La lezione che molte aziende hanno tratto da quella vicenda, però, non è stata soltanto “bisogna essere più coerenti con il proprio pubblico”, ma qualcosa di più pericoloso: meglio non esporsi troppo.
Eppure la storia recente dimostra anche il contrario. La campagna Nike con Colin Kaepernick, lanciata nel 2018 con una scelta evidentemente divisiva, generò boicottaggi e proteste, ma Reuters riportò un aumento del 61% dei prodotti sold out dopo l’uscita della campagna, secondo dati sulle vendite online analizzati da Thomson Reuters Proprietary Research. Quel caso è diventato quasi un manuale sulla differenza tra rischio casuale e rischio coerente: Nike poteva permettersi quella posizione perché il messaggio era profondamente allineato con decenni di narrazione sul sacrificio, sull’atleta come figura culturale e sulla tensione tra corpo, ambizione e identità.
La polarizzazione, dunque, non è sempre un errore. Può diventare un acceleratore di significato quando nasce da una posizione autentica, riconoscibile e sostenibile nel tempo. Bud Light è stata percepita come incoerente rispetto al codice storico del brand; Nike ha trasformato la controversia in un’estensione credibile del proprio mito.
Il costo economico della pubblicità noiosa
Le conseguenze di questa trasformazione sono profonde anche sul piano dell’efficacia. Peter Field, attraverso le analisi contenute in The Crisis in Creative Effectiveness per l’IPA, ha esaminato quasi 600 case study dal 1996 al 2018, rilevando un declino dell’efficienza delle campagne premiate creativamente e collegando il fenomeno allo short-termism e alla perdita di comprensione dei meccanismi di crescita dei brand.
Il lavoro di System1 sul “cost of dull”, sviluppato con Peter Field, IPA ed eatbigfish, aggiunge un elemento cruciale: la pubblicità noiosa non è soltanto meno memorabile, ma può diventare economicamente più costosa, perché richiede maggiore pressione media per ottenere effetti comparabili a campagne capaci di generare attenzione e risposta emotiva. La prudenza creativa, in altre parole, non è gratis. Una campagna che non disturba nessuno può sembrare sicura nel boardroom, ma se non produce memoria obbliga il brand a comprare più ripetizione, più frequenza, più investimento.
Il paradosso dell’universalità e la morte delle idee nei processi di approvazione
La pubblicità memorabile non nasce quasi mai dall’equilibrio perfetto. Nasce da una scelta: di tono, di nemico, di linguaggio, di immaginario, di tensione. Benetton con Oliviero Toscani non cercava consenso universale; Diesel negli anni Novanta costruiva un mondo ironico e laterale; Apple con “Think Different” vendeva una mitologia dell’alterità creativa; Nike ha costruito decenni di comunicazione sul conflitto tra limite e superamento. Campagne molto diverse, alcune discutibili, alcune irripetibili nel clima attuale, ma tutte fondate su un principio oggi sempre meno frequente: accettare che un brand forte non debba necessariamente piacere a tutti nello stesso modo.
Il marketing contemporaneo, invece, sembra dominato dall’ansia di universalità. Deve essere giovane ma non escludente, ironico ma non offensivo, inclusivo ma non politico, distintivo ma non divisivo, veloce ma legalmente inattaccabile. Dentro questa griglia di compatibilità totale, molte idee arrivano vive al primo meeting e muoiono lentamente nel processo di approvazione.
Il sistema ha spostato il baricentro: dalla generazione di significato alla prevenzione dell’incidente
La colpa non è soltanto dei brand manager, né delle agenzie, né dei consulenti legali, né delle piattaforme. È il sistema nel suo insieme ad aver spostato il baricentro dalla generazione di significato alla prevenzione dell’incidente. I social hanno reso ogni campagna potenzialmente processabile in tempo reale; gli screenshot hanno abolito il contesto; gli algoritmi amplificano indignazione e sarcasmo; i board chiedono crescita ma tollerano sempre meno l’imprevedibilità della cultura.
Così la pubblicità finisce per somigliare sempre di più alla comunicazione corporate: educata, calibrata, pulita, difendibile. Il che può funzionare quando bisogna rassicurare investitori o gestire una crisi, ma diventa un problema quando si pretende di costruire desiderio, affezione e memorabilità. Il pubblico non si innamora della correttezza procedurale. Al massimo la approva. E l’approvazione non è la stessa cosa dell’attenzione.
La vera minaccia: l’irrilevanza silenziosa
La pubblicità ha paura di essere impopolare perché l’impopolarità oggi è misurabile, archiviabile e amplificabile in pochi minuti. Ma l’irrilevanza è più lenta, più silenziosa e spesso più pericolosa. Non esplode in una crisi social, non produce titoli polemici, non costringe il CEO a intervenire. Semplicemente consuma il brand un contenuto neutro alla volta, fino a renderlo presente ovunque e significativo da nessuna parte.
La vera sfida non è tornare alla provocazione facile né rimpiangere un passato pubblicitario più libero perché meno responsabile. La sfida è costruire una forma più matura di audacia: idee capaci di assumere una posizione ma coerenti con il brand, campagne capaci di generare tensione ma non gratuite, messaggi che accettano di non piacere a tutti perché sanno esattamente a chi vogliono parlare. Non la campagna che sbaglia cercando di dire qualcosa, ma il sistema che, per paura di sbagliare, smette gradualmente di dire qualunque cosa valga la pena ricordare.