Le tensioni in Medio Oriente spaventano le imprese, ma per l’esperto Max Calderan chi abbandona il mercato ora rischia di perdere opportunità decisive.
Medio Oriente, la crisi geopolitica apre nuovi spazi per le imprese italiane: l’analisi di Max Calderan
Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente stanno alimentando un clima di crescente incertezza tra imprese e investitori a livello globale. In questo scenario, le aziende italiane presenti nella regione si trovano a dover scegliere se restare o ritirarsi. Per Max Calderan — esploratore, imprenditore e tra i consulenti più esperti a livello internazionale di Business Culture mediorientale — la risposta è chiara: «Chi abbandona il mercato oggi potrebbe pentirsene domani».
L’interscambio Italia-Medio Oriente: una presenza strategica da non disperdere
L’area mediorientale è diventata cruciale per il sistema produttivo italiano. L’interscambio commerciale tra Italia e Medio Oriente supera i 70 miliardi di euro l’anno, mentre l’export italiano verso la regione vale oltre 28 miliardi di euro, con circa 21 miliardi destinati ai Paesi del Golfo. Si stima che oltre 1.000 aziende italiane abbiano una presenza strutturata nell’area, mentre diverse migliaia intrattengono rapporti commerciali stabili con i mercati locali.
In questo contesto, molte imprese si interrogano su come interpretare correttamente la situazione e su quali strategie adottare per continuare a operare nella regione.
Il primo errore da evitare: decidere sull’onda dell’emotività
Max Calderan è noto, tra le altre cose, per aver attraversato in solitaria il Rub’ al Khali, in Arabia Saudita, il deserto di sabbia più grande del mondo. Da oltre vent’anni affianca aziende internazionali nella gestione delle relazioni commerciali in Medio Oriente. Secondo l’esperto, la trappola più comune in cui cadono gli imprenditori è quella di reagire emotivamente alla crisi.
«Molti imprenditori mi contattano chiedendo cosa fare», spiega Calderan. «Ma quando nasce il dubbio di lasciare il mercato, spesso significa che la decisione è già stata presa sull’onda dell’emotività e non su un’analisi strategica».
Calderan osserva inoltre come esista una differenza culturale significativa: gli imprenditori con poca esperienza nella regione tendono più facilmente ad abbandonare i progetti, mentre chi vive o lavora da anni nei Paesi del Golfo affronta le crisi con un approccio più strategico, valutando il rapporto tra rischio e opportunità. Anche sul fronte dei collaboratori, quelli di aziende non italiane risultano spesso più disponibili a restare nella regione durante i periodi di tensione, mentre molti lavoratori occidentali tendono a rientrare più rapidamente nei propri Paesi.
Un nuovo modello economico: meno export, più integrazione industriale
Parallelamente alla situazione geopolitica, i rapporti economici tra aziende occidentali e partner mediorientali stanno cambiando profondamente. Il modello tradizionale basato sulle transazioni legate al petrolio e al gas sta progressivamente lasciando spazio a partnership strategiche fondate su competenze tecnologiche, innovazione e sostenibilità.
I partner mediorientali privilegiano sempre di più lo sviluppo economico interno di lungo periodo, chiedendo alle aziende straniere non solo prodotti, ma anche trasferimento tecnologico, produzione locale e creazione di valore nel territorio. Questo approccio è noto come ICV (In Country Value) e implica la creazione di catene di produzione locali, centri di ricerca e formazione, e una maggiore integrazione industriale tra imprese straniere e partner locali.
Tra i settori che stanno attirando maggiori investimenti emergono:
- Data center e infrastrutture per l’intelligenza artificiale
- Tecnologie digitali avanzate
- Cybersecurity e protezione dei dati sensibili
- Raffinazione e lavorazione di minerali critici
- Energia e idrogeno
- Nuove soluzioni per l’estrazione dell’acqua, oltre la desalinizzazione
- Sistemi di difesa e protezione aerea
- Real estate, turismo e grandi eventi, inclusa la programmazione dei Mondiali di calcio
I Paesi più stabili per le relazioni commerciali
Nonostante le tensioni regionali, diversi Paesi del Golfo mantengono una forte stabilità economica. Secondo Calderan, nel contesto dell’escalation del conflitto tra Stati Uniti/Israele e Iran, i Paesi più resilienti restano quelli del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG): Oman, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.
Un ruolo centrale è destinato all’Arabia Saudita, oggi la più grande economia del mondo arabo. Il Paese sta vivendo una fase di forte trasformazione economica e culturale legata al programma Riyadh Expo Vision 2030, che punta a ridurre la dipendenza dal petrolio e a sviluppare nuovi settori industriali e tecnologici. Le attività non petrolifere in Arabia Saudita hanno registrato una crescita del 39%, aprendo nuove opportunità per imprese e investitori internazionali.
Le opportunità che nascono dalla crisi: energia, risorse idriche e catene di approvvigionamento
Paradossalmente, proprio la fase di tensione geopolitica potrebbe creare nuove opportunità per le imprese più preparate. Molti investimenti esteri sono rallentati o sospesi, ma gli imprenditori con maggiore esperienza nel mercato mediorientale stanno già concentrando l’attenzione su progetti destinati a crescere nel periodo successivo al conflitto.
Tra i settori più promettenti emergono le energie rinnovabili, le soluzioni per la sicurezza delle catene di approvvigionamento, le tecnologie per la gestione delle risorse idriche, la produzione e sicurezza alimentare, l’ospitalità e il turismo con nuovi brand regionali. Particolarmente innovativo è lo sviluppo di tecnologie per la produzione di acqua non solo attraverso la desalinizzazione, ma anche tramite sistemi in grado di estrarre acqua dall’umidità presente nell’aria.
«Si stanno creando dei vuoti pronti per essere colmati», afferma Calderan. «Molti investitori si stanno ritirando per paura, lasciando spazio a chi ha una visione strategica e una presenza consolidata nel territorio. In particolare, le PMI italiane potrebbero beneficiare di queste opportunità, grazie alla loro maggiore flessibilità decisionale rispetto ai grandi gruppi industriali».
I grandi progetti che rallentano: da The Line a The Mukaab
La crisi sta però incidendo su alcuni grandi cantieri infrastrutturali. L’escalation del conflitto ha generato forti tensioni nelle forniture energetiche globali, soprattutto a causa dei rischi legati allo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio.
Di conseguenza, diversi progetti sono stati sospesi o ridimensionati. The Mukaab, il megaprogetto architettonico previsto a Riyadh — un enorme cubo metallico di 400 metri per lato con un sistema di display basato sull’intelligenza artificiale — ha subito una battuta d’arresto. Anche The Line, parte del piano urbanistico di NEOM, ha registrato importanti revisioni: l’idea originale prevedeva una città lineare lunga 170 chilometri, alta 500 metri e larga 200 metri, completamente alimentata da energie rinnovabili e progettata per ospitare fino a 9 milioni di abitanti. Secondo le ultime evoluzioni del progetto, la lunghezza iniziale potrebbe essere ridotta a 2,4 chilometri, con una possibile riconversione dell’area in hub per data center e infrastrutture legate all’intelligenza artificiale.
Il Medio Oriente resterà centrale per l’economia globale
Nonostante le tensioni, Max Calderan è convinto che il Medio Oriente continuerà a rafforzare il proprio ruolo nello scenario economico globale. Nei prossimi anni la regione potrebbe consolidare nuove partnership economiche con Cina, India e Russia, con l’obiettivo di diversificare i rischi geopolitici e rafforzare il proprio posizionamento internazionale.
«Il Medio Oriente sarà sempre più centrale per l’economia globale», conclude Calderan. «La sfida per le aziende occidentali sarà adattarsi a un contesto in cui le relazioni economiche e personali diventano sempre più strategiche e geoeconomiche».