Voto online in Italia: 6,5 milioni di italiani all’estero ancora esclusi. Tecnologia pronta, ma mancano le norme. Lo scenario analizzato da Eligo.
Con il referendum sulla Giustizia del 22 e 23 marzo alle porte, torna d’attualità una questione che il sistema politico italiano continua a rimandare: perché oltre 6,5 milioni di cittadini iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) non possono ancora votare online nelle consultazioni pubbliche? A sollevare il tema è Eligo, piattaforma italiana specializzata in soluzioni digitali per la gestione di assemblee e votazioni online, che ha analizzato lo stato dell’arte del voto digitale in Italia.
Un percorso avviato ma mai completato
Il dibattito sul voto elettronico in Italia non è nuovo. La Legge di Bilancio 2020 ha istituito il Fondo per il voto elettronico, dotandolo di un milione di euro per sostenere attività di sperimentazione, con particolare attenzione agli italiani residenti all’estero o temporaneamente lontani dal proprio comune di residenza.
Nel luglio 2021 un decreto firmato dai ministri Luciana Lamorgese e Vittorio Colao ha definito le linee guida operative per la sperimentazione. Il primo test concreto si è svolto nello stesso anno nell’ambito delle elezioni dei COMITES (Comitati degli Italiani all’Estero), attraverso una sperimentazione tecnica in alcune circoscrizioni consolari.
Una seconda fase di simulazione è arrivata nel dicembre 2023 con il cosiddetto Portale E-vote, che ha testato autenticazione tramite SPID, CIE o CNS, votazione e scrutinio. Nonostante i risultati positivi delle prove tecniche, nessuna di queste sperimentazioni ha ancora prodotto un’introduzione operativa del voto online nelle consultazioni pubbliche.
Il vero ostacolo non è la tecnologia
Secondo Eligo, il nodo principale è normativo e istituzionale, non tecnologico. Le tecnologie necessarie — identità digitale, autenticazione sicura degli elettori e sistemi di tracciabilità — sono già disponibili e mature. Manca ancora un quadro legislativo che ne consenta l’utilizzo nelle consultazioni pubbliche nazionali.
Gli ostacoli si articolano su tre livelli. Sul piano legislativo, non esiste ancora una legge che definisca standard, garanzie e modalità operative. Sul piano tecnico, il dibattito internazionale si concentra sulla sicurezza dei sistemi e sulla verifica del voto. Sul piano culturale, resta centrale la questione della fiducia nel processo elettorale e della piena garanzia di segretezza e integrità.
Il voto digitale è già realtà in molti settori
Nel frattempo, il voto digitale è già ampiamente adottato in numerosi contesti organizzativi: aziende, università, ordini professionali e associazioni di categoria utilizzano regolarmente sistemi di voto online per eleggere organi di governance e deliberare in assemblea. Eligo ha recentemente supportato la Federazione Italiana Triathlon nella votazione interamente da remoto di un’assemblea straordinaria per la modifica dello Statuto.
In questi contesti le piattaforme digitali gestiscono identificazione degli elettori, espressione del voto e scrutinio attraverso sistemi tracciabili e verificabili. La maturità tecnologica, dunque, è già dimostrata.
La voce di Eligo: servono regole chiare e percorsi graduali
Irene Pugliatti, CEO di Eligo, inquadra così la questione: “Il dibattito sul voto digitale spesso si concentra sulla tecnologia, ma la vera sfida riguarda il quadro normativo e la costruzione di fiducia attorno a questi sistemi. Oggi esistono piattaforme sicure e già utilizzate in numerosi contesti organizzativi complessi. Il passo verso il voto nelle consultazioni pubbliche richiede soprattutto regole chiare e un percorso graduale di sperimentazione.”
I potenziali benefici di una svolta in questa direzione sarebbero concreti: facilitare la partecipazione dei 6,5 milioni di italiani iscritti all’AIRE, semplificare il voto per chi si trova temporaneamente lontano dal proprio comune o ha difficoltà motorie, e ridurre i costi organizzativi delle consultazioni elettorali.
Il modello europeo: Francia docet
Alcuni Paesi europei hanno già sviluppato approcci più strutturati. In Francia, il voto elettronico è utilizzato in alcuni contesti elettorali e regolato da un quadro normativo che definisce requisiti di sicurezza e sistemi di controllo, sotto la supervisione della CNIL — l’autorità francese per la protezione dei dati — e dell’agenzia nazionale di cybersicurezza ANSSI.
Pugliatti guarda all’esperienza europea con attenzione: “Guardando alle esperienze europee emerge chiaramente come il voto digitale non sia solo una questione tecnologica, ma anche di governance e regolazione. L’Italia ha già avviato alcune sperimentazioni importanti: il prossimo passo sarà trasformarle in un percorso normativo strutturato.”
In un contesto in cui la partecipazione elettorale continua a calare e la digitalizzazione dei servizi pubblici è sempre più centrale nelle politiche europee, il tema del voto online appare destinato a tornare con forza nell’agenda istituzionale. La domanda non è più se farlo, ma quando e come.
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